Myriam: donna, figlia, madre​

Qualche informazione riguardo la mostra

Comitato Scientifico: Mauro Maccarinelli e Comunità Benedettina, Luigi Benelli

In occasione del millenario della sua fondazione, la comunità benedettina di Santa Maria del Monte desidera celebrare i dieci secoli di storia dell’insediamento monastico inaugurando un progetto espositivo dedicato alla figura di Maria, con un percorso che unisce fede, memoria e alta espressione artistica.

Tra l’iconografia mariana e l’universo dell’incisione scorre un filo conduttore intimo e sotterraneo. Questa rassegna intende esplorare proprio quel territorio espressivo in cui la purezza del bianco e nero riesce a dare forma visibile al divino, celebrando la figura di Maria attraverso i vertici della grafica d’arte. Lungi dal limitarsi alla dimensione puramente devozionale della figura sacra di Maria, l’esposizione propone una riscoperta della Vergine indagandola nella sua triplice ed essenziale verità umana: quella di donna, di figlia e di madre. Tre condizioni che, accanto a quella di “Vergine”, ci vengono consegnate dalle Scritture e dalla tradizione di fede della Chiesa in un inscindibile riferimento al mistero di Gesù Cristo. Maria è la donna presente e protagonista al primo segno a Cana di Galilea dove Gesù “manifestò la sua gloria” (Gv 2,11), ed è la donna che sta sotto la croce – piena rivelazione della “gloria” del Figlio come mistero di salvezza per tutti – venendo investita di una nuova maternità universale (Gv 19,26-27). Maria è colei che la cugina Elisabetta saluta come “la Madre del mio Signore” (Lc 1,43) e che la tradizione della fede dichiarerà solennemente “Madre di Dio” al concilio di Efeso. Maria è anche figura della Vergine figlia di Sion cantata dai profeti in riferimento a Gerusalemme e al popolo dei credenti, colei che pur nella sua fragilità di giovane donna diventa immagine dell’umanità nuova capace di apertura totale al mistero di Dio. Titoli umanissimi e solenni che dicono un archetipo universale nel quale convivono, in un equilibrio perfetto, la grazia, il mistero e lo strazio del dolore.

Per intere generazioni, la parabola terrena e teologica della Madre di Dio ha rappresentato un banco di prova magnetico per i grandi maestri del segno. La mostra documenta come i più grandi interpreti dell’arte incisoria abbiano saputo tradurre l’intimità trepida della fanciulla, la fiera dignità della donna e il tormento straziante della madre ai piedi della croce, governando con maestria procedimenti complessi come il bulino, la xilografia e l’acquaforte.

Senza l’ausilio e la seduzione della tavolozza cromatica, la figura di Maria si libera di ogni orpello decorativo: il tracciato grafico diventa l’ossatura stessa della composizione, mettendo a nudo l’emozione più autentica e la sostanza spirituale dell’opera. Ogni foglio esposto non è solo la testimonianza di un corpo a corpo serrato tra l’ingegno dell’autore e la resistenza della materia, ma si offre anche come un manifesto estetico della propria epoca, traghettando il visitatore dal Rinascimento al Manierismo, e dal Barocco fino alle soglie del pieno Settecento.

Le diverse varianti esecutive offrono risonanze visive profondamente differenti. La xilografia, attraverso l’intaglio della matrice lignea, si affida a contorni vigorosi e campiture nette per guidare con decisione la percezione di chi osserva. Al contrario, il bulino — inciso direttamente sul rame — adotta un vocabolario fatto di solchi sottilissimi e reticoli microscopici, ideali per restituire la morbidezza epidermica degli incarnati, il panneggio delle vesti, la fluidità delle capigliature o la plasticità anatomica. Infine l’acquaforte, guidata dall’azione chimica degli acidi sul metallo, regala linee morbide e sfumate; in questa tecnica, il sistema di tratti spezzati fa respirare la carta, generando una luminosità diffusa e un chiaroscuro morbido e controllato. Il denominatore comune di queste ricerche rimane la sapiente gestione dei contrasti tra il candore del supporto e la densità dell’inchiostro. Questo dialogo silenzioso, fatto di contrappunti e sovrapposizioni, conferisce ai soggetti volume, luminosità e profondità prospettica.

L’itinerario espositivo, strutturato per nuclei tematici, accompagna il pubblico lungo le tappe cruciali della biografia della Vergine, svelandone le molteplici sfaccettature umane e spirituali.

L’apertura è affidata a La natività [della Vergine] (1540) di Agostino Veneziano (c.1490-c.1540), un foglio che cattura l’ingresso di Maria nel mondo nel suo ruolo di figlia, sulla scorta del racconto tramandato dai Vangeli Apocrifi e in particolare dal Protovangelo di Giacomo. Qui l’impostazione formale testimonia perfettamente la transizione stilistica dal pieno Rinascimento italiano verso le prime inquietudini manieriste. Il percorso prosegue con le celebri xilografie di Albrecht Dürer (1471-1528), La presentazione di Maria al Tempio e L’annunciazione (1502-1504), dove la protagonista è ritratta prima nella sua acerba devozione e poi nel momento in cui viene investita di un destino immenso. In queste opere, il segno di Dürer supera la funzione meramente illustrativa per farsi veicolo di un misticismo profondo, sorretto da una rigorosa scansione geometrica dello spazio. È tuttavia nel bulino della Vergine della Scimmia (c.1498) che il maestro di Norimberga tocca vette insuperabili nel raccontare la tenerezza della maternità: il tratto si fa incredibilmente soffuso ed elastico, dosando le linee con una precisione millimetrica che infonde alla composizione una struggente dolcezza di matrice nordica.

La ricerca sulla resa volumetrica approda in seguito ai bulini di Hendrick Goltzius (1558-1617), come L’annunciazione del 1594. Qui le variazioni di pressione della mano sulla superficie metallica producono solchi larghi o impercettibili, ideali per modellare i rilievi e dare una forte presenza fisica alla Vergine. Il virtuosismo esecutivo è spinto ai limiti dell’impossibile: il tratteggio si infittisce nelle zone d’ombra e svanisce quasi del tutto nelle aree colpite dalla luce, traducendo in una sinfonia visiva la consistenza vellutata dei tessuti e della pelle.

L’annunciazione (1582-1584) di Federico Barocci (c.1535-1612) rappresenta uno dei fulcri emotivi della mostra, restituendoci l’immagine di una giovane donna fragile e al tempo stesso consapevole. Sfruttando la tecnica d’avanguardia delle morsure multiple all’acquaforte, il maestro marchigiano governa lo spazio con straordinaria sensibilità atmosferica. I personaggi si muovono con un’eleganza eterea, quasi privi di peso, protetti dai panneggi fluttuanti degli abiti. Tutto è pervaso da un sentimento di pace ultraterrena: l’interazione silenziosa tra la Vergine e l’Arcangelo Gabriele si consuma in un clima sospeso, che avvolge anche i dettagli quotidiani, come il gatto addormentato sulla sedia e lo scorcio del paesaggio di Urbino che si intravede sullo sfondo.

Di formidabile impatto drammatico è la Pietà (c.1615) di Jacques Bellange (c.1575-1616), in cui Maria affronta l’atto finale del suo mandato materno, straziata davanti al corpo del figlio sacrificato. Il maestro francese trascina lo spettatore nel suo grafismo visionario e bizzarro, caratterizzato da posture allungate e sinuose tipiche del tardo manierismo, dove la linea asseconda la tensione espressiva anziché le regole della realtà anatomica.

La selezione si arricchisce inoltre di due preziosi e rari fogli sperimentali del XVII secolo: un “non finito” Madonna della scodella (1595-1600) di Francesco Brizio (c.1574 – 1623), che svela il processo creativo nel suo farsi, e un’acquaforte Madonna con bambino Gesù e angeli (1650) di Giovanni Benedetto Castiglione detto il Grechetto (1609-1664), dove l’uso del monotipo conferisce alla stampa un carattere pittorico e irripetibile.

Sempre nel cuore del Seicento, la produzione all’acquaforte e puntasecca di Rembrandt (1606-1669) si rivela libera da schemi e straordinariamente moderna. Un’oscurità densa e notturna fa da sfondo a L’adorazione dei pastori nella stalla (c.1652), incentrata sul tema della Natività. In quest’opera Maria è colta nell’immediatezza protettiva e raccolta della maternità, definita da un tratto nervoso, immediato e spezzato, dove improvvisi e magistrali squarci di luce danno vita a uno dei notturni più lirici e riusciti del maestro olandese.

La rassegna tocca un ulteriore vertice nel Settecento con le invenzioni di Giandomenico Tiepolo (1727-1804). I fogli dedicati alla celebre serie delle Idee pittoresche sulla fuga in Egitto (1753) e a La Vergine appare a San Simone Stock (c.1749) offrono una sintesi perfetta della sua cifra stilistica. Nelle scene del viaggio, Maria emerge come figura solida e madre coraggiosa. Il segno si fa abbreviato, quasi stenografico, e i contorni rimangono aperti per lasciar dialogare l’inchiostro con la luminosità della carta bianca, invitando l’occhio del visitatore a ricomporre le forme che vibrano nella luce.

La mostra si chiude con la Vergine in gloria (c.1650) di Cornelis Visscher (c.1629-1658) e L’assunzione [della Vergine] (c.1630-1640) di Paulus Pontius (1603-1658), dove il cammino terreno di Maria si compie nel trionfo del Regno dei Cieli. Questi incisori seppero interpretare i grandiosi modelli pittorici di Rubens grazie a un linguaggio segnico così ricco da evocare la complessità di una tavolozza di colori, un’abilità che valse loro il celebre appellativo di “pittori del bulino”. Dominando la lastra di rame con precisione geometrica, l’incisore traduce in bianco e nero il dinamismo scenografico del Barocco e il trionfo della dimensione spirituale.

Con l’organizzazione di questa importante rassegna, l’Abbazia di Santa Maria del Monte conferma nuovamente la propria attenzione verso i progetti espositivi dedicati alla grafica antica. L’iniziativa testimonia un percorso di valorizzazione sostenuto dalla Comunità Benedettina e vuole porsi come contributo alla promozione della vita culturale del territorio, offrendo con generosità gli storici ambienti del monastero come luogo di incontro con l’arte e la cittadinanza. Proprio in occasione del millenario della sua fondazione, il complesso monastico trasforma temporaneamente la Sala Pio VII in un osservatorio permanente sul rapporto tra estetica e sacro.