Myriam: donna, figlia, madre​

Le tecniche utilizzate dagli artisti esposti

Le tecniche 

L’incisione nasce a metà del XV secolo e si sviluppa principalmente in Germania e Italia. Esistono  numerose tecniche che si distinguono in base alla tipologia del supporto (matrice) e dal modo in cui vengono realizzati i segni, all’interno dei quali si depositerà l’inchiostro. Le principali tecniche sono la xilografia, il bulino e l’acquaforte. Tutte le tecniche prevedono il passaggio sotto il torchio per trasferire l’inchiostro dalla matrice al foglio. L’operazione può essere ripetuta decine, centinaia di volte fino all’usura della lastra. Per quanto riguarda le incisioni antiche è molto difficile stabilire la tiratura complessiva, mentre è possibile determinarne la qualità grazie alla freschezza del segno e alle tonalità. 

La xilografia, la cui matrice è in legno, è una tecnica diretta a rilievo. L’artista scava attorno ai segni che si vogliono trasferire sul foglio. Permette ampie tirature, ma una minor precisione rispetto alle altre tecniche. 

Il bulino è una punta finissima che intaglia la superficie di metallo con grande precisione. La pressione, unita alla diversa sezione delle punte sulla lastra, genera segni più o meno profondi, mediante i quali è possibile ottenere tonalità che corrono dal nero al grigio. 

L’acquaforte è una tecnica indiretta sulla lastra di metallo che viene coperta da un film protettivo di cera impermeabile. Grazie ad una punta metallica, l’artista realizza i segni che intende successivamente trasferire sul foglio. La mano scorre con maggiore libertà poiché la vernice da rimuovere risulta meno tenace del metallo. La lastra viene infine immersa nell’acido che corrode gradualmente il metallo in corrispondenza dei segni mentre le restanti parti ancora protette dalla cera, risulteranno bianche sul foglio stampato. L’effetto è morbido e simile al disegno.  

Le tecniche dell’incisione: un viaggio tra legno, metallo e acidi 

L’incisione nasce a metà del Quattrocento e si sviluppa principalmente in Germania e Italia. Questa forma d’arte permette all’artista di non limitarsi a un’opera unica, ma di creare una matrice — una sorta di “stampo” — in grado di trasferire un disegno grafico sulla carta decine o centinaia di volte grazie alla pressione di un torchio. Si tratta di una macchina robusta composta da due grossi rulli metallici sovrapposti. Dobbiamo immaginarla come una sorta di pressa: la lastra di metallo incisa e inchiostrata viene appoggiata su un piano scorrevole, coperta da un foglio di carta inumidito e da un morbido feltro. Girando una grande ruota a stella, i rulli schiacciano con una forza il foglio contro la lastra, così che la carta possa entrare fin dentro i solchi per far aderire l’inchiostro. È proprio questa pressione che crea la tipica “impronta” rettangolare che vediamo sui bordi delle stampe antiche. Dopo questo processo, il disegno che l’artista ha fatto sulla matrice, viene trasferito sulla carta. L’operazione può essere ripetuta decine, centinaia di volte fino all’usura della lastra. Per quanto riguarda le incisioni antiche è molto difficile stabilire la tiratura complessiva, mentre è possibile determinarne la qualità grazie alla freschezza del segno e alle tonalità. Quando l’impressione è nitida e contrastata, significa che è derivata da una lastra ancora “nuova”. 

L’incisione riveste una grande importanza comunicativa: ha abbattuto le barriere geografiche e sociali. Un’opera dipinta a Roma poteva essere ammirata solo da chi si recava fisicamente nella capitale. Una incisione, invece, poteva viaggiare in una borsa da sella fino in Germania, nelle Fiandre o in Inghilterra. Gli artisti ne capirono l’importanza e aprirono delle vere e proprie botteghe di incisori chiamati a tradurre a stampa i loro dipinti o disegni per diffondere così il loro stile e le loro conquiste formali in tutta Europa. Il linguaggio figurativo del Rinascimento italiano di Raffaello e Michelangelo è stato recepito nel Nord Europa così come le conquiste fiamminghe hanno influenzato gli italiani. Con l’incisione, l’immagine diventa riproducibile, trasportabile e, soprattutto, accessibile non solo a papi, re e principi. Nasce quindi il collezionismo che vede nella stampa una forma d’arte autonomia. Tanto che, oltre ai fogli di riproduzione di dipinti, nasce la figura del Peintre-Graveur. Il soggetto non è una copia, ma un’invenzione dell’incisore. Basti pensare a Rembrandt: incideva con creatività, con un linguaggio gestuale e spontaneo che richiama la sua pittura. Questo significa rivendicare l’incisione come arte maggiore. Non è più un lavoro artigianale per la diffusione di immagini, ma una forma d’arte pura. 

Esistono numerose tecniche che si distinguono in base alla tipologia del supporto (matrice) e dal modo in cui vengono realizzati i segni, all’interno dei quali si depositerà l’inchiostro. 

La tecnica più antica e immediata è la xilografia, che utilizza come base un blocco di legno. In questo caso l’artista lavora “a rilievo”: con appositi scalpelli, l’artista scava via il legno tutto intorno al disegno, lasciando sporgenti solo le linee che dovranno ricevere l’inchiostro. Il segno che ne deriva è spesso robusto, netto e di grande carattere, anche se meno preciso rispetto ai dettagli finissimi che si possono ottenere sul metallo. Albrecht Dürer utilizzava prevalentemente legni duri, compatti e con venature molto sottili, tagliati nel senso della lunghezza del tronco (legno di filo), tra cui spiccano il pero, il ciliegio, il melo e il noce. La xilografia è stata fondamentale perché permetteva di stampare moltissime copie, rendendo le immagini accessibili a molte più persone.  

Quando si passa alle lastre metalliche, la precisione aumenta drasticamente. In antico si usava il rame: è il perfetto equilibrio tra “resistenza” e “malleabilità”. La sua struttura molecolare molto compatta, permette di tracciare linee estremamente sottili e ravvicinate senza che la parete tra un solco e l’altro si sgretoli. E’ metallo relativamente tenero se confrontato con l’acciaio o il ferro, ma abbastanza resistente da sopportare la pressione del torchio per centinaia di tirature. Una delle tecniche più raffinate è il bulino, che prende il nome da una sottilissima punta d’acciaio. Si tratta di una barretta d’acciaio con un’estremità tagliata a losanga o a forma triangolare, affilata come un rasoio e montata su un manico a forma di fungo, che viene tenuto saldamente nel palmo della mano. E’ una tecnica diretta perché l’artista incide direttamente la lastra. Spingendo il bulino, questo solleva dei sottili fili di rame, chiamati “barbe”, che vengono poi rimossi con uno strumento chiamato raschiatoio, lasciando un solco pulito. La profondità del solco è dettata esclusivamente dalla pressione esercitata dalla mano e dall’inclinazione dell’attrezzo: più il solco è profondo, più inchiostro potrà trattenere e più intenso risulterà il nero sulla carta. È come se l’incisore stesse modellando la luce e l’ombra direttamente nella materia metallica. Grazie a questa capacità di modulare il segno, il bulino permette di ottenere effetti di chiaroscuro incredibili. Attraverso una fitta trama di linee, incroci e puntini ottenuti anche con punte di sezioni differenti, l’artista può creare volumi, texture di tessuti, riflessi metallici o la morbidezza di un volto, raggiungendo una precisione che un intagliatore di legno difficilmente potrebbe ottenere. È per questo che, nel Rinascimento, il bulino divenne la tecnica preferita per riprodurre le opere pittoriche: la sua nitidezza permetteva di conservare ogni minimo dettaglio dell’originale grazie alla gamma incredibile di tonalità, dal nero più intenso ai grigi più delicati. 

Esiste poi un modo più “libero” di incidere il metallo, chiamato acquaforte. Si tratta di una tecnica indiretta. La lastra viene interamente ricoperta da una sottile pellicola protettiva, una vernice fatta di cera, bitume e resine, che è perfettamente impermeabile agli acidi. A questo punto, l’artista non usa più il bulino o lo scalpello, ma una punta metallica (simile a uno stilo o a una matita). La punta deve solo graffiare lo strato di cera per scoprire il rame sottostante. La mano scorre con una naturalezza incredibile, senza incontrare alcuna resistenza fisica. Si può disegnare con la stessa agilità con cui si traccerebbe un bozzetto su un foglio di carta. Una volta terminato il disegno nella cera, la lastra viene immersa in una soluzione acida (chiamata “mordente”). Spesso veniva utilizzato l’acido nitrico. L’acido aggredisce il metallo solo dove la punta ha rimosso la cera, “mordendo” il rame e creando i solchi. È un processo di precisione e tempo: se lasci la lastra nell’acido per pochi minuti, si ottiene un segno leggero e sottile; se si lascia per ore, l’acido scaverà un solco profondo che tratterrà molto inchiostro, producendo un nero intenso. Questo permette all’artista di giocare con la profondità dei segni grazie a più bagni nell’acido: le parti coperte dalla vernice resteranno più chiare, le altre avranno dei segni più profondi. Il risultato finale è un’immagine estremamente morbida e naturale, che conserva tutta la spontaneità di un bozzetto fatto a mano.